DEPRESSIONE O SEMPLICE TRISTEZZA

Cosa c’è da sapere e come aiutare chi soffre di depressione

 

“Sono depresso!” quante volte ci è capitato di sentirlo dire ad amici e familiari o di dirlo noi stessi. Eppure, quasi sicuramente, non si trattava di vera e propria depressione ma solo di un momento di intensa tristezza. Depressione e tristezza non sono la stessa cosa!

A tutti noi è capitato di avere dei momenti e/o dei periodi (giorni e/o settimane) in cui ci siamo sentiti tristi, abbattuti, giù di morale e con poca voglia di fare e/o di vedere gli amici.  La tristezza è una sensazione transitoria e connessa a eventi specifici, ad esempio al litigio con il fidanzato o al mancato raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo prefissati. Dopo il temporaneo sconforto tutto ritorna alla normalità, riprendiamo la nostra vita e i nostri interessi.

La depressione, a differenza della tristezza, non è uno stato d’animo che si può superare da soli con il semplice sforzo di volontà, ma un disturbo frequente, anzi il disturbo psicologico che causa maggiore sofferenze e disabilità nella popolazione (Levini, Michelin e Piacentini; 2014). E’ uno stato d’animo di tristezza, abbattimento e tono dell’umore basso per la maggior parte del giorno quasi ogni giorno.  La persona depressa perde interesse per la maggior parte delle attività che prima gli procuravano piacere, ha difficoltà a concentrarsi a lungo sulle cose o a prendere decisioni, mostra cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, nell’appetito e nel desiderio sessuale.  Spesso la depressione può essere accompagnata da chiusura comunicativa, lamentosità, ricerca costante di attenzione, insofferenza e crisi di pianto. Inoltre queste persone si svalutano, pensano di valere poco, provano un forte senso di colpa e spesso hanno pensieri ricorrenti di morte e suicidio.

La mancanza di motivazione e la difficoltà a svolgere qualsiasi attività comportano spesso conseguenze lavorative anche gravi, quali il licenziamento; e la perdita della rete sociale. Tutto ciò fa star male chi ne soffre, che spesso si vergogna di essere depresso, ma ha conseguenze negative anche sui familiari che si trovano in compagnia di una persona a loro totalmente sconosciuta e a una modificazione radicale dei ruoli familiari.

La depressione interessa circa il 2-4% degli adolescenti e il 4-10% degli adulti tra i 20 e i 50 anni. Non è ancora stato chiarito quali siano le cause della depressione. Gli studi più recenti affermano l’interazione tra fattori biologici, genetici e psico-sociali alla base della patologia.

E’ un disturbo che coinvolge la mente e il corpo e pertanto è necessario richiedere il giusto supporto. Nel 10-20% dei casi l’episodio depressivo non si risolve da solo e, in assenza di trattamento, aumenta il rischio di suicidio (Levini, Michelin e Piacentini; 2014).

Esistono trattamenti farmacologici e psicologici, come quello cognitivo-comportamentale, che producono notevoli miglioramenti. Il trattamento cognitivo-comportamentale della depressione permette di aiutare la persona a prevenire e/o gestire meglio gli episodi depressivi successivi che solitamente si verificano, in più del 50% delle persone, nei due anni successivi al primo episodio.

Se siete dei familiari di una persona depressa che cosa potete fare?

  • Cercate un professionista che possa aiutarvi
  • Cercate di evitare frasi del tipo “se ti impegni ce la puoi fare”, “è tutta questione di volontà” o “cerca di tirarti su tutti hanno problemi!”. La depressione non è un problema di volontà ma è un disturbo psicologico, anche molto complesso, e così facendo rischiate di aumentare il senso di colpa e di impotenza della persona.
  • Evitate di rinforzare quei comportamenti che mantengono la patologia,  ad esempio se il vostro caro dorme tutto il giorno evitate di tenere tutte le finestre chiuse, parlare a voce bassa per non disturbarlo. In questo modo lo aiuterete anche a mantenere una routine, anche minima, delle  attività quotidiane come lavarsi, mangiare, cambiarsi, etc.
  • Cercate di coinvolgerlo in piccole attività come fare una passeggiata, preparare la cena. Di solito nel pomeriggio il tono dell’umore migliora quindi è importante sfruttare questi momenti per fare qualcosa insieme. Non importa se queste attività sono svolte controvoglia e passivamente, l’obiettivo è che ci sia un’attivazione comportamentale che ridia un lieve senso di autoefficacia alla persona
  • Evitate che la persona prenda decisioni importanti (come lasciare il lavoro!): chi soffre di depressione vede il mondo con gli occhi del pessimismo e idee di rovina, aiutatelo a rimandare tali decisioni a momenti successivi in cui si senitirà meglio e riuscirà a vedere le cose sotto la giusta luce.
  • Rinforzate ogni piccolo comportamento positivo che la persona mette in atto come alzarsi dal letto, vestirsi o svolgere piccole mansioni casalinghe.
  • Prendetevi del tempo per voi, stare vicino a persone depresse può essere molto frustrante e può portare ad un abbassamento del tono dell’umore. Cercate di  ritagliarvi dei momenti in cui prendervi cura di voi, coltivare i vostri interessi (e il vostro umore!) e se necessario farvi aiutare da un professionista.

 

A cura della Dott.ssa Martina Valdemarca – Psicologa

Per informazioni e consulenze psicologiche:

martina.valdemarca@gmail.com

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Perchè è difficile dire di “NO”?

Almeno una volta nella vita vi sarà capitato che qualcuno di caro (un familiare, un amico o un collega) vi abbia chiesto un favore e, seppur contro voglia, abbiate accettato perché incapaci di dire di “no”. Una volta accondisceso però si è innescato un mix di sensazioni spiacevoli e contrastanti: rabbia e frustrazione per aver accettato di fare qualcosa in cui proprio non avevate piacere di immergervi,  e senso di colpa perché non aver voglia di aiutare qualcuno a voi caro vi fa sembrare davanti a voi stessi dei “mascalzoni ingrati”. L’incapacità di negare una semplice richiesta ha creato un turbinio di pensieri ed emozioni che vi hanno pervasi e sopraffatti originando malessere e stress, magari anche per l’intera giornata.

Ma come mai questo accade?

Molte persone possiedono delle credenze disfunzionali sul “no” ovvero credono che negare una richiesta sottintenda rifiutare la persona che ce l’ha posta. Questo li porta ad accondiscendere a tutte, o quasi, le richieste  determinando non poche conseguenze. Se nel breve periodo questo atteggiamento porta a innumerevoli successi poiché gli altri ci vedranno come persone disponibili, altruiste e che evitano qualsiasi conflitto; sul lungo raggio tutto questo può portare ad innumerevoli svantaggi. La mancata espressione dei propri bisogni può condurre alla perdita graduale di relazioni amicali, incrementare i sentimenti di rabbia, che possono sfociare in veri e propri scoppi d’ira rivolti all’altro, o in problematiche di natura ansiogena.

Inoltre, molto spesso tendiamo a sovrastimare la difficoltà dell’altro ad accettare un rifiuto: crediamo che se diciamo un “no” ad un nostro collega potrebbe offendersi oppure perdere la stima che ha in noi. Banalmente non siamo in grado di considerare il rifiuto come una semplice affermazione dei nostri bisogni:  rifiutare  una richiesta è un diritto di ognuno di noi così come esprimere la propria idea, dire “non lo so” o “non mi interessa”. Il “no” é semplicemente l’altro lato della medaglia, e seppur inizialmente può essere percepito con un accezione negativa, esso dà valore al “si”, delimita dei confini e facilita le relazioni. Secondo voi é piú facile accettare un no da un collega ad una vostra richiesta (perché magari carico di lavoro non riesce a darci una mano) o sopportarlo tutto il giorno che sbuffa e si lamenta (con gli altri colleghi) mentre svolge il compito che ha “forzatamente” accettato di compiere?

Le persone più abili a rifiutare le richieste solitamente sono dette assertive e sono persone con cui è facile (e piacevole) entrare in relazione. Sono persone  che esprimono  le proprie idee e opinioni, sanno fare e rifiutare le richieste, accettano i rifiuti e i complimenti ed esprimono i propri bisogni in modo chiaro. Sono solitamente persone con una buona autostima e una buona rete sociale. L’assertività è una dote che molti possiedono, quasi fosse una caratteristica intrinseca, per coloro che invece ne sono poco provvisti è possibile svilupparla. I training di comunicazione assertiva permettono di sviluppare nella persona alcune doti comunicative quali, appunto, imparare a dire di “no”, esprimere i propri bisogni e  gestire le critiche, incrementando l’autostima e il senso di autoefficacia personale.

A cura della Dott.ssa Martina Valdemarca

Per informazioni www.psicologavaldemarca.it

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DISTURBI D’ANSIA COSA SONO E COME DISINSTALLARLI CON LA TERAPIA COGNITIVA-COMPORTAMENTALE

I disturbi d’ansia sono tra i disturbi più comuni negli ultimi anni. Recenti studi hanno stimato che circa 1 persona su 20 soffre di disturbi d’ansia ma solo una piccola percentuale di queste persone si rivolge ad un professionista.

I disturbi d’ansia comprendono quei disturbi le cui caratteristiche fondamentali sono paura, preoccupazione grave e ansia eccessiva con conseguente comportamento di evitamento della situazione o dell’oggetto temuto. Questo stato emotivo deve essere costante e disfunzionale al mantenimento del benessere personale.

QUALI SONO I DISTURBI D’ANSIA?

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STUDIO MA NON APPRENDO: IL METODO DI STUDIO PER STUDENTI CON DSA

I passi fondamentali per la creazione di mappe concettuali efficaci per l’apprendimento

Sentiamo spesso parlare di Disturbi dell’apprendimento (DSA) ma ancora pochi, tra insegnanti e genitori, conoscono le implicazioni che queste difficoltà comportano a livello pratico. Gli adulti di riferimento spesso faticano a comprendere che un differente stile di apprendimento comporta differenti necessità in ambito scolastico. L’utilizzo di strumenti compensativi da solo non è sufficiente a garantire un buon apprendimento, ciò che fa davvero la differenza è il metodo di studio.

Il metodo di studio classico (quello utilizzato dai normolettori) che consiste nel leggere il testo, ricavarne le informazioni importanti, Continue Reading

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LE ABITUDINI…CATENE AL CAMBIAMENTO

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Nel mio studio sento spesso parlare di cambiamento. E’ una parola molto ricorrente e trasversale. Alcuni vorrebbero cambiare stile di vita, altri casa o lavoro, altri ancora vorrebbero imparare a dire ciò che pensano senza sentirsi in colpa o cambiare il proprio modo di reagire a persone o a situazioni. Tutti noi abbiamo, almeno per una volta, desiderato cambiare qualcosa di noi o della nostra vita. Il problema del cambiamento è che, quasi sempre, comporta fatica e, a volte, dolore. Spesso le persone vorrebbero cambiare ma non riescono a farlo. Come mai “cambiare” è così difficile?

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LA MIA STORIA IN TERAPIA: L’EFFICACIA DELLA NARRAZIONE CON BAMBINI E ADULTI

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Il mio lavoro è fatto di storie, storie che racconto e storie che ascolto. Alcune storie sono felici, altre intriganti o ansiogene, altre ancora paurose o tristi. La vita delle persone è essa stessa una storia, fatta di tante piccole storie che emergono in terapia così come nella vita.

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